architetti romani

Simona DE GIULI architetto

 

 esposizione Nag Arnoldi - architetto A. Galfetti 

Castelgrande Bellinzona - Svizzera

2008

realizzato

 

 

 

 

 

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Progetto Allestimento - architetto Aurelio Galfetti, Simona De Giuli

La possibilità di realizzare al Castelgrande l’esposizione sull’opera di Nag Arnaldi é stata l’occasione per presentare la sorprendente analogia che esiste tra le sculture dell’artista ticinese e il linguaggio architettonico di Aurelio Galfetti.
Quando si visita l’esposizione, la sensazione che si vive dopo un attimo di straordinaria sorpresa, é che le opere sembrano siano sempre state nel castello: la luce catturata dalle sculture è l’elemento di unione tra queste e la rocca che più di venti anni fa lo stesso Galfetti ha riportata in luce attraverso una lunga e delicata opera di restauro. L’idea di eliminare la vegetazione dalla roccia ha trasformato la stessa in una grande scultura territoriale che acquisisce il suo plusvalore come le sculture di Nag Arnoldi attraverso le infinite variazioni della luce.
Dato il numero considerevole delle opere ma anche la volontà di non rinunciare a nessuna di queste, si è pensato di costruire uno spazio attraverso le stesse. Suddivise per temi sono state disposte lungo il perimetro di un cerchio, ciascun gruppo è annunciato da una coppia di sculture che creano una sorta di propileo aperto verso il centro ad eccezione della coppia degli astati che al contrario sono rivolti verso l’ingresso per annunciare l’inizio del percorso espositivo. L’idea del percorso e della sorpresa è rimasto il filo rosso che ha guidato l’intero progetto espositivo, le stesse sculture infatti suggeriscono l’itinerario che si avvia dalla piazza del sole con la scultura posta al di fuori della torretta per poi chiudersi sempre sulla stessa, ma questa volta dall’alto con la sorpresa di scoprire un’ulteriore scultura all’interno del lago, dove a mio avviso è raggiunto la massima empatia tra le sculture e il luogo.
Un’altra analogia che si può cogliere tra le sculture e il castello è proprio l’intervento, in entrambi casi, dell’architettura di Galfetti: le parti nuove del castello permettono di leggere e comprendere l’esistente, così le basi, ridotte al minimo, esaltano la materialità delle sculture, e quando ci si pone al centro del cerchio i basamenti perdono la loro tridimensionalità sospendendo le sculture in una paradossale condizione di equilibrio instabile. Da qui non solo è possibile vedere tutte le sculture, ma soprattutto è possibile riscoprire Bellinzona, poiché le sculture divenendo l’esegesi dell’esistente riescono a riscrivere con parole inedite il paesaggio.